Intervista
Isabella Bossi Fedrigotti
Scrittrice, giornalista del Corriere della Sera.
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ISABELLA BOSSI-FEDRIGOTTI
Scrittrice, giornalista del Corriere della Sera.
Brindisi, Agosto 2005
Nell'ambito dell'Estate Brindisina 2005 nel Chiostro dell'Archivio di Stato, la scrittrice Isabella Bossi-Fedrigotti che ha esordito nella narrativa nel 1980 con il romanzo Amore mio, uccidi Garibaldi, ha rilasciato un'intervista che di seguito pubblichiamo.
Vive e lavora a Milano, collabora con il Corriere della Sera ma, è nata a Rovereto di Trento, città bilingue. Le sue origini cosa significano e hanno un riflesso sulla sua narrativa?
Non sono una narratrice regionale, vado oltre i confini. Ogni autore mette del suo, di ciò che si è nutrito, un segno autobiografico. Non importa quanto ci sia di autobiografico, quello che conta che sia autobiografica di chi legge, che dicano anch'io..., anch'io....
La mia narrativa è segnata da episodi familiari. Nella mia famiglia tradizionalista, legata al passato, favorita anche dalla geografia, si parlava tedesco e c'erano regole ferree. Mi sono trovata grandicella semianalfabeta e ho dovuto costruirmi l'italiano come cultura. Lo stile dei miei romanzi è figlio della mia doppia cultura.
Quando nasce la scrittura narrativa?
A 12 anni per gioco sui quaderni di scuola, poi con l'università ho interrotto per studiare. Ho ricominciato intorno ai 25-30 anni collaborando con un giornale di uncinetto e di giardinaggio.
Successivamente volevo cambiare ma nessuno mi prendeva. Decisi di mettermi in gioco e pubblicai il primo libro: Amore mio, uccidi Garibaldi. Funzionò, grande successo di critica e fui assunta al Corriere della Sera dove, ancora collaboro con articoli culturali, di costume e con rubriche di corrispondenza con i lettori.
Come trova l'ispirazione per i suoi libri?
Per trovare un tema, un idea, la cerco, e come cercare un quadrifoglio in un prato e io la cerco.... ispirazione no. Lo scrittore va e raccoglie impressioni, volti, tutto ciò che colpisce e quando è utile attinge ciò che le serve.
Dove scrive?
Il posto dove scrivo è fuori della mia cucina, dove ho un tavolino, una lampada, un PC. Non serve una stanza per sé. La scrittura non è singolare ma, nasce dalla capacità di articolare le voci del coro. Lo scrittore raccoglie le voci e le organizza. La scrittura richiede silenzio e solitudine ma, io le detesto. La solitudine non mi piace, per questo lavoro anche in un giornale dove c'è un via vai di gente. Amo sentirmi in compagnia, per questo i miei libri sono corali.
Ha un forum aperto con i lettori, che impressione ha, com'è lo stato dell'arte?
La solitudine è il conflitto consono tra uomini e donne. Una maledizione ha sconvolto i loro linguaggi e non si capiscono più i segni convenzionali. Penso una generazione e si sistemeranno le cose.
Il suo ultimo libro è: “la valigia del signor Budischowsky”. La valigia il più anonimo degli oggetti, nel libro funziona da indicatore partendo dall'infanzia per finire all'adolescenza, raccoglie la roba per andare in vacanza. Diventa a volte uno strumento psicologico. Tutto questo capace di costruire personaggi non riusciti. Può parlarci del suo romanzo?
La valigia è un pretesto. La suggestione degli oggetti è forte. Una vecchia valigia fa pensare a fughe, viaggi, trasgressioni, felicità e dolori. Ho inventato dal vero, una frase a me tanto cara di Attilio Bertolucci detta durante una mia intervista. A me piace, che nei miei libri ci sia una parte di verità. I miei fratelli a cui ho dedicato questo libro e sono anche co-protagonisti si sono un pò seccati. Racconto l'infanzia al di là delle retoriche. È un romanzo di formazione. Mi sono divertita a scrivere questo libro, mi è venuto di getto. Me lo sono permesso dimenticando i critici, i lettori. Mi sono divertita, per questo è così leggero.