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World Spirit Orchestra Intervista a Mario Donatone

Mario Donatone intervista Eugenio Mirti Jazzit News

16 aprile 2019 L’intervista a Mario Donatone della World Spirit Orchestra Si intitola Black History il nuovo disco della World Spirit Orchestra; ne abbiamo intervistato il leader, Mario Donatone. Di Eugenio Mirti Come avete scelto i brani? Volevamo raccontare una storia. L’ abbiamo fatto scegliendo brani che hanno raccontato o semplicemente evocato a noi cose ...

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Mario Donatone intervista Eugenio Mirti Jazzit News

16 aprile 2019

L’intervista a Mario Donatone della World Spirit Orchestra

Si intitola Black History il nuovo disco della World Spirit Orchestra; ne abbiamo intervistato il leader, Mario Donatone.

Di Eugenio Mirti

Come avete scelto i brani?
Volevamo raccontare una storia. L’ abbiamo fatto scegliendo brani che hanno raccontato o semplicemente evocato a noi cose significative. Per esempio “A salty dog” dei Procol Harum con i suoi riferimenti alla vicenda degli ammutinati del Bounty era il brano ideale per ricordare il presupposto epocale del colonialismo nella storia della deportazione schiavistica degli africani negli Stati Uniti. Il disco è nato a margine di uno spettacolo teatrale intitolato anch’esso Black History nel quale vengono espresse soprattutto le emozioni e i concetti che ci interessava focalizzare su questa grande epopea, dando importanza sia all’aspetto musicale che a quello letterario e attivando una forte relazione con la realtà dei fatti di oggi o dei più recenti. Per esempio in “Wade in the Water” abbiamo integrato il classico testo spiritual con l’amara versione post Katrina di Dr. John. Abbiamo scelto due brani di Randy Newman come “Sail away”, che ironizza in modo paradossale sulla deportazione degli schiavi immaginando i negrieri come degli abili venditori che blandiscono gli africani promettendogli le meraviglie del sogno americano, o “Short People”, in cui si scaglia contro la piccineria mentale dell’americano medio. Abbiamo scelto dal repertorio classico del gospel storico due brani legati anche alle lotte della comunità nera: “Freedom”, che getta un ponte dalla radice arcaica alle note odierne di un brano di Pharrell Williams, e “People get Ready”. Abbiamo rappresentato il jazz più legato alle radici churchy con una versione di “Come Sunday” di Duke Ellington riarrangiata da Riccardo Biseo, che considero tra i più ricercati conoscitori italiani della dimensione classica di questa musica e dei suoi punti di contatto con la tradizione europea.

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Come avete lavorato agli arrangiamenti (che spaziano dal sound anni 80 al blues più asciutto)?
A parte “Come sunday” e “A Salty Dog” (il cui arrangiamento è riproposto più o meno fedelmente dall’originale live in Danimarca dei Procol Harum), gli arrangiamenti sono tutti miei, ma ci sono apporti da parte di tutti. In formazioni e contesti diversi tutti i musicisti di questo disco collaborano da anni insieme su progetti stilisticamente vicini al mondo musicale di questo progetto.
Molti di questi brani sono già stati concepiti e suonati da noi in versioni diverse e strada facendo si sono sviluppate idee ed approcci non solo relativi ai brani specifici. È la sostanza del sound che è maturata e ha offerto materia per la scrittura.

Io vedo in molti casi la figura dell’arrangiatore di piccoli gruppi come quella di colui che opera una sintesi delle idee collettive pianificando strutture che valorizzino le diverse atmosfere che il gruppo e i solisti sono in grado di creare.

In questo senso ci sono brani come “Halleluyah Time”, una libera rivisitazione tra il funky e il vocalise di un brano non conosciutissimo di Oscar Peterson, in cui troviamo una scrittura articolata armonicamente e ritmicamente; brani come “Wade in the Water” che giocano più sull’interazione poliritmica; “Freedom” che è un momento di libera vocalità ma giocato con grande conseguenzialità e respiro corali.

Come avete lavorato all’ssere eclettici senza sembrare impersonali da un brano all’altro?
Io non credo che la personalità musicale si esprima meglio restringendo stilisticamente il proprio raggio di azione. Penso invece che sia l’atteggiamento interpretativo che da un’impronta matura anche ad un percorso eclettico. Come già detto ci sono brani che ci è venuto naturale reinventare e altri che abbiamo eseguito semplicemente con il nostro sound e il nostro feeling valorizzando gli elementi che più ci piacevano dell’arrangiamento originale: la cosa ci ha appagato ugualmente. D’altronde un ensemble vocale strumentale ha già nell’impatto corale una sua unicità. Inoltre ritengo che una forte radice soul, che accomuna anche le esperienze internazionali di musica neroamericana maturate negli anni dalla maggior parte di noi, dia un carattere molto definito se non particolare al nostro gruppo nel panorama italiano.

Perché le otto voci?
World Spirit Orchestra é nato come progetto di laboratorio didattico artistico fondato da me e Gio’ Bosco alla Casa del Jazz di Roma nel 2011 con il sostegno del compianto Giampiero Rubei. L’ensemble vocale e strumentale che ha inciso questo disco é nato da questa e da altre esperienze comuni. In particolare a marzo 2018 abbiamo presentato dal vivo al teatro Testaccio una nostra versione di “Porgy and Bess” di cui si può trovare qualche spezzone su youtube. Per molte partiture originali di Gershwin servivano quattro voci femminili (solista più soprano, mezzosoprano e contralto ad esempio), più altrettante voci maschili. E la fortuna vuole che le quattro voci maschili sono anche strumentisti che sviluppano un sound da organ trio più pianoforte che si é dimostrato ideale in quanto a duttilità per affrontare la gamma stilistica estremamente ampia del nostro repertorio.

Quanta componente di improvvisazione c’è nel progetto?
Se per improvvisazione si intende la classica (o per niente classica, ma costante come elemento) interazione tra ritmica ed evoluzione solistica di voci e strumenti che c’é nel jazz puro dico di no. Il jazz è però uno degli elementi che si integra alla pari con altri in questo lavoro.  In un senso più profondo posso dire che dalla sostanza della lezione jazzistica ci piace prendere alcuni aspetti intimi di uso creativo dello spazio e di capacità di creare sia una relazione preordinata e scritta tra le voci e gli strumenti sia una improvvisata, integrandole con il maggiore feeling e spontaneità possibili. Se il jazz come il blues è un modo di raccontare una storia noi cerchiamo di raccontarla tutti insieme provando ad essere uno la logica conseguenza dell’altro, come un vero gruppo dovrebbe essere.

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[continua...]

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  • Fonte: JAZZIT MAGAZINE ? BIMESTRALE DI MUSICA JAZZ
  • Link: Website
  • Data: Tue, 16 Apr 2019 07:57:43 +0000

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